Tutto sul dolore (misurare il dolore), le scale monodimensionali e le multidimensionali.

Posted on : 29-05-2012 | By : Daniele | In : dolore

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Definizione di Dolore

 

“Esperienza spiacevole, sensoriale ed emotiva, associata ad un danno tissutale, reale o potenziale, o descritta come tale”. (Merskey, 1964; IASP, 1979)“.

l termine dolore si assegna a tutti i tipi di esperienze spiacevoli.  In realtà è coinvolta la memoria di passate esperienze dolorose, influenze psicologiche come il livello di stress, il tono dell’umore, l’attesa della terapia, lo sperare di guarire.

Si tratta quindi del risultato di un’elaborazione dell’encefalo

Malow RM. The effects of induced anxiety on pain perception; a signal detection analysis. Pain 1981; 11:397- 405.

Il dolore rappresenta una degli aspetti più importanti della malattia, quello che compromette di più la qualità della vita, con sofferenze, psicologiche,  fisiche e sociali davvero importanti. Ogni qualvolta si presenta all’osservazione del professionista un paziente con dolore si può:

  • inquadrare come riacutizzazione di una patologia nota;
  • rappresentare la cronicizzazione di una patologia presente da lungo tempo;
  • essere il primo episodio di una patologia da studiare e diagnosticare.

Il dolore acuto

 

è transitorio, rappresenta un campanello d’allarme di un danno tissutale di organo e si riduce nel tempo. E’ un sintomo di malattia, spesso il primo, un campanello d’allarme che indica il possibile rischio di perdita di integrita’ psico-fisica. Funzione come una sentinella che aiuta a fuggire dai pericoli che possono insidiare la sopravvivenza.

La qualità del dolore può essere raccontata con diversi aggettivi:

Caratteristica importante è la sede di comparsa del dolore e dove si irradia.

Quando il dolore ha queste caratteristiche ci si deve rivolgere al medico con sollecitudine

  •  se è insorto da poco tempo, specie se con intensità importante;
  • è peggiorato bruscamente in maniera inspiegabile rispetto al normale decorso della malattia;
Se il dolore è presente da molto tempo ed è già stato analizzato da molti specialisti possiamo cercare con tranquillità cose diverse (es. malocclusione, alterazioni della postura, ecc.).

L’esordio può essere acuto o insidioso, l’evoluzione rapida, lenta o lentissima

 

Importanza dell’anamnesi

 

  • da quanto tempo è presente;
  • la sede di partenza, come si è modificato e come si irradia;
  • come descrive il proprio dolore;
  • se ci sono sintomi associati: es. vertigini, nausea, stanchezza, pallore, altri dolori, sudorazione;
  • se è collegato a clima (metereopatia), al movimento, se è presente a riposo, se correlato a cibi o emozioni;
  • se la pressione sulla sede di dolore migliora o peggiora l’intensità;
  • se con il sonno o il riposo passa, se impedisce o meno di dormire;
  • se un dolore simile si è già presentato un dolore simile, quanto è durato; è regredito spontaneamente o ha assunto farmaci
  • se è regredito spontaneamente o ha assunto farmaci (che risultati hanno ottenuto).

Le scale di valutazione monodimensionali

 

il problema della misurazione si è presentato già dal dal 1975 http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/1235985 e questo lavoro rappresenta una pietra miliare nella storia della misurazione del dolore. Altro lavoro interessante è  http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/7267140

Sono strumenti validati e condivisi per una valutazione dell’evoluzione della malattia, della efficacia della terapia e dell’operato del professionista. Sono inoltre un utile scambio di informazione qualora un paziente sia sottoposto a trattamento interdisciplinare. sono in grado di rendere la valutazione indipendente da stato di ansia, euforia e depressione del paziente. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/6625135

 

Le scale che qui trattiamo sono soggettive, o self-report (fai da Te) attraverso una valutazione del dolore con indicatori che divengono punteggi numerici o aggettivi qualificativi che indicano la severità del dolore (assente, medio, atroce, ecc.) correlabili alla sua severità

Per descrivere l’intensità si ricorre a diverse scale (cliccare sopra immagini per vederle per intero):

NRS (Numeric Pain Intensity Scale)

Scala di valutazione numerica (“indichi con una crocetta su questa scala graduata da 0 a 100 quanto è forte il suo dolore.

 

VAS (Visual Analogue Scale)  Scala analogica visiva (VAS) indichi con una crocetta su questa scala da 0 (assenza di dolore) a 100 (massimo dolore possibile) quanto è forte il Suo.

 

VDS (Verbal Descriptor Scale).

1)      Scala di valutazione verbale, si chiede di far indicare al paziente con una crocetta la parola che meglio esprime il suo dolore.

un’altra scala verbale richiede di classificare il proprio dolore con i seguenti aggettivi: assente, lievissimo, moderato, media entità, forte, atroce.

2)      Scala cromatica dei grigi

 

Numeric pain intensivy scale

Considera sia le scale descrittive verbali che numeriche

 

0-100 Numeric Pain Intensity Scale

 

Happy  Face Pain Rating Scale si usa nei bambini piccoli che non sono ancora in grado di descrivere bene il dolore. Sono meno precise.

 

Tra le scala algometriche (che misurano il dolore) si preferisce usare di solito quella fatta da indicatori  numerici perché consentono una misura più precisa e confrontabile a distanza di tempo per valutare l’efficacia della terapia e l’andamento del dolore nel tempo.

Questa descrizione fa una fotografia dell’intensità del dolore in quel momento, ma è assai limitativa per descrivere il fenomeno .

Oltre all’intensità di quel momento si devono analizzare altre caratteristiche che cambiano a seconda delle diverse patologie:

  • Caratteristiche dolore: generalizzato, mal localizzato, profondo; oppure preciso, localizzato superficiale;
  • Se il dolore è in sede articolare valutare se è presente anche, tumefazione o tumor (molle o dura), rubor o rossore, riduzione della funzione articolare o functio lesa;
  • Andamento circadiano (presente al risveglio? Alla sera? Dopo mangiato? Alla lettura? ecc)
  • la sua comparsa con il riposo o il movimento; eventuale insorgenza notturna.
Un’altra caratteristica da tener presente è l’andamento del dolore:

1) andamento intermittente quando tra un episodio e l’altro non c’è dolore;

La linea nera indica l’assenza di dolore. Tra un episodio e l’altro non c’è dolore.

2) andamento remittente

Su un dolore di base compaiono picchi di peggioramento.

3) dolore continuo

Il dolore si mantiene su livelli elevati per lungo tempo, fino a diventare cronico (dopo 3 mesi). 
I periodi di remissione possono quindi essere totali o parziali.


È importante sapere se:

  • si aggrava con il movimento o se si manifesta anche a riposo;
  • è associato a rigidità mattutina e quanto dura;
  • se durante il riposo si attenua o scompare
Obiettivi da inseguire durante la terapia del dolore:
a)      Troppo spesso i pazienti non hanno una diagnosi della malattia di base.
b)      Corretto trattamento del dolore, spesso il professionista che tratta il dolore non è aperto a nuove terapie. 
Il tipo di dolore e la sua durata inducono stress e depressione che aumentano la sofferenza, 
approfondire su http://www.danieletonlorenzi.it/?p=832.
 Limiti delle scale monodimensionali
I limiti delle scale della misurazione del dolore sono evidenti. Per "misurare" il dolore si è posta l’attenzione 
sulle sensazioni del paziente (dati soggettivi) piuttosto che sullo stimolo doloroso, l’autodescrizione è un 
metodo impreciso.
D'altra parte anche misurare eventuali modifiche della soglia del dolore è assai complesso per altri versi e 
spesso è spesso impossibile, data la presenza di situazioni in cui lo stimolo nocicettivo è assente, come 
nell’arto fantasma o nella nevralgia del trigemino.

 

Il dolore  cronico,

 

Il dolore acuto ha funzione di sentinella e di allarme. Il dolore cronico perde il suo ruolo di "campanello di allarme per proteggere l'organismo
da un danno diventando una malattia a se. Il concetto di dolore cronico si è evoluto nel tempo. 

Inizialmente si diceva cronico quando il dolore perdurava oltre 3-6 mesi. Attualmente alcuni lo chiamano "cronico"
quando la causa che lo genera non è risolvibile. Personalmente aggiungerei che il dolore è cronico quando la causa che lo genera 

non è risolvibile oppure non è stata ancora diagnosticata. Se si cerca “celiac disease AND pain” su un qualsiasi motore di ricerca si potranno vedere le correlazioni. E’ noto a tutti quanto la celiachia sia sottostimata e quindi in questi casi parliamo di dolore cronico ma la diagnosi non era stata fatta.

Causa sofferenza cronica, invalidante, umiliante che non permette al paziente di vivere, sperare, pensare, 
fare vita sociale. Definire (misurare) il dolore è assai complesso e sono presenti spesso definizioni superate, una delle quali è che
ci si trovi di fronte al cronicizzarsi di un dolore acuto. " il dolore è cronico non perché dura da tanto tempo ma perché 
la sua causa non è risolvibile." Un interessantissimo libro tratta l'argomento ed è un piacere citarlo per la serietà con cui 
il tema viene trattato http://marcofilippini.it/wp-content/uploads/2014/11/LIBROBIANCO_DOLORE_CRONICO.pdf
Quello che fa soffrire di più il soggetto, è una sofferenza prolungata capace di cambiare radicalmente 
le abitudini di vita e di causare danni psicologici significativi. Si è calcolato che colpisca circa il 25-30% 
della popolazione rappresentando una priorità per i suoi costi sociali.
Il problema grosso è che questi malati sono depressi ed ansiosi per la presenza del dolore da lungo tempo, 
senza che riescano a “vedere una via di uscita”. Spesso si legge che va trattato il dolore quando accompagna 
una patologia nota, che causa il dolore stesso. Si tende inoltre a inviare spesso dallo psichiatra il soggetto 
che presenta sintomi di depressione ed ansia, come se non fosse naturale conseguenza di lunghi periodi di dolore
e assenza di diagnosi. Considerazioni personali su questo aspetto si possono leggere su 
http://www.danieletonlorenzi.it/?p=832 Raramente si considera che il dolore è anche un'esperienza emozionale 
che può dare un grave sconforto. L'insonnia, la paura, la tristezza, l'ansia, l'astenia,  l'isolamento e 
la depressione abbassano la soglia del dolore. Migliorare il tono dell'umore, il sonno, ascoltare 
il soggetto con dolore fa alzare la soglia individuale del dolore (il soggetto trae beneficio).
Questi errori originano dal "dualismo cartesiano" dove la res cogitans (dimensione psichica e spirituale) 
res extensa (dimensione materiale) sono due cose distinte. Secondo Cartesio (e molti ai nostri giorni)
i due aspetti andrebbero studiati da persone con competenze diverse. Allora religiosi e medici, al giorno 
d'oggi psicologi e medici. Nulla di sbagliato se il loro lavoro è di team, grave errore quando il permanere 
del dolore da lungo tempo causa ansia e depressione ed il malato viene curato solo dallo psicologo/psichiatra, 
considerando il corpo separato dalla psiche e curando solo l'aspetto psicologico trascurando la patologia di 
base che ha "innescato" il quadro clinico.
"In conclusione, il paziente che presenta dolore da tanto tempo ha una qualità di vita peggiore e una maggiore 
incidenza di disturbi di salute mentale e il rischio cardiovascolare. Il costo medio annuo associato a questa patologia
è quasi tre volte superiore a quello dei pazienti senza dolore cronico." Le parole citate tra virgolette sono prese dallo studio
Morales-Espinoza EM, et Al. COMPLEXITY, COMORBIDITY AND HEALTHCARE COSTS ASSOCIATED WITH CHRONIC WIDESPREAD PAIN IN PRIMARY CARE. J. Pain

Le scale di valutazione multidimensionali.

 


È necessario quindi ricorrere a strumenti di misura che consentano una valutazione dell’impatto che il dolore
ha sulla vita quotidiana. La prima scala “multidimensionale” è stata il Wisconsin Brief Pain Questionnaire
(Cleeland 1983) http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/6646795 diventato successivamente Brief Pain Inventory ( BPI)
scritto da Cleeland 1994 http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/8080219
Ha le caratteristiche di essere assai semplice e comprensibile, la sua somministrazione è semplice e veloce,
può essere usato in un gran numero di pazienti. Si calcola che il tempo necessario per la valutazione sia di
soli 15 minuti.
Si presenta una linea orizzontale come scala numerica che va da 0 (assenza di dolore) e 10 (massimo dolore immaginabile) in cui si misura l’intensità del dolore (cliccare sull'immagine per espanderla):

  1. delle ultime 24 ore;
  2. del peggiore;
  3. del più lieve;
  4. di quello medio;
  5. quello del momento in cui si effettua il test.

Sede del dolore 

Segnare la sede del dolore su disegni del corpo umano.


Altre sette domande su scala numerica con 0 assenza di interferenza e 10 massima interferenza possibile.
Quanto cioè il dolore interferisce con i vari aspetti della vita:
  1. l’attività generale;
  2. l’umore;
  3. abilità a camminare;
  4. l’attività lavorativa;
  5. il sonno;
  6. i rapporti sociali;
  7. il gusto di vivere.
“Nulla è così facilmente sopportabile come il dolore degli altri”
François de La Rochefoucauld

CONSIDERAZIONI PERSONALI ALLA CLASSIFICAZIONE DEL DOLORE
Si legge "il dolore è cronico quando la causa che lo ha generato non è più risolvibile", ma alcune domande sono spontanee:
  1. prima era risolvibile e non è stata fatta la diagnosi nella “finestra di tempo utile?”.
  2. Quanto dura “la finestra”?
  3. Se la diagnosi (della causa primitiva) era complicata all’inizio è possibile che nel tempo il soggetto non abbia ancora avuto la corretta diagnosi?
In letteratura si legge: "Recent studies suggest that migraine may be associated with gastrointestinal (GI) disorders,
including irritable bowel syndrome (IBS), inflammatory bowel syndrome, and celiac disease."
Questo studio DICE che spesso l'emicrania è associata a disturbi gastrointestinali.

van Hemert, Breedveld AC, Rovers JM, Vermeiden BJ, Smits MG, de Roos NM. Migraine associated with gastrointestinal disorders:

review of the literature and clinical implications. Front Nueurol 2014 Nov. Quante volte il soggetto con emicrania andando dal neurologo si è sentito fare domande sulla propria funzionalità gastrointestinale? ….. se un soggetto va da tanti neurologi che (talvolta) non chiedono nulla del funzionamento gastrointestinale del paziente. Se questi ha l’emicrania per anni (non avendo riconosciuta la causa) si tratta di dolore acuto o cronico? Chi si occupa di terapia del dolore deve approcciare in maniera globale il paziente che ha davanti. La presenza di disturbi gastrointestinali è una realtà (talvolta subdola) con cui il professionista deve fare i conti. La celiachia negli ultimi anni è salita prepotentemente alla ribalta http://www.celiachia.it/public/bo/upload/aic%5Cdoc/CN_6.pdf e attualmente ci si trova a fare i conti anche con l’intolleranza al glutine non celiaca e i suoi rapporti con il dolore difficilmente trattabile andranno ancora approfonditi. Per leggere la classificazione internazionale delle cefalee andare su http://ihs-classification.org/it/02_klassifikation/01_inhalt/ nelle cefalee secondarie al capitolo 11 si legge: “Cefalea o dolori facciali attribuiti a disturbi di cranio, collo, occhio, orecchio, rinosinusite, denti arcate dentarie e strutture correlate, cefalea o dolori facciali attribuiti a disturbi dell’articolazione temporomandibolare (ATM). Lettore con emicrania che sei andato dal neurologo, quante volte ne hai visto uno che indagava se l’emicrania è dovuta a patologia dentaria OPPURE a disordine temporomandibolare (ATM)?

Chronic Pain Grade Scale

Si accenna per completezza anche a questa scala segnalando che alcuni valori utilizzati nel punteggio di disabilità sono stati adattati dalla Multidimensional Pain Inventory che sembra essere di più facile valutazione e che indaga all’incirca le stesse cose.

è una “doppia scala di valutazione” che misura la gravità del dolore cronico in tutte le situazioni (muscoloscheletriche, temporomandibolari, cefalee, ecc.) prendendo in considerazione intensità del dolore (Chronic pain grade questionnaire CPG) e la disabilità da esso indotta (Functioning Disability and Health ICF)I pazienti vengono classificati in 5 categorie che vanno da 0 (assenza del dolore) a IV (alta disabilità gravemente invalidante). I risultati si hanno sia attraverso domande che fa l’operatore che attraverso schede che il paziente compila da se (autosomministrate).

La categoria viene assegnata a secondo delle risposte alle 7 seguenti domande:
  1. Come classifichi il tuo dolore in questo momento su una scala da 0-10 con 0 assenza di dolore e 10 il massimo dolore pensabile?
  2. Negli ultimi 6 mesi, come hai valutato l’episodio di dolore massimo su una scala 0-10 valutata come sopra?
  3. Negli ultimi 6 mesi, ccome hai valutato il dolore medio su scala 0-10?
  4. Quanti giorni negli ultimi 6 mesi non siete stati in grado di effettuare le vostre abituali attività (lavoro, scuola, lavori domestici) per questo dolore?
  5. Negli ultimi 6 mesi, quanto questo dolore ha interferito con le attività quotidiane su una scala 0-10 dove 0 è ‘nessuna interferenza’ e 10 è ‘massima interferenza’?
  6. Quanto negli ultimi 6 mesi, questo dolore ha ridotto/impedito la sua capacità di prendere parte alle attività ricreative in famiglia e sociali, dove 0 è ‘nessun cambiamento’ e 10 è ‘cambiamento massimo’?
  7. Come ha questo dolore negli ultimi sei mesi ha cambiato la capacità di lavorare (tra cui i lavori domestici), dove 0 è ‘nessun cambiamento’ e 10 è ‘cambiamento massimo’?
 Punteggio

Le valutazioni si fanno attraverso tre sottoscale:

  • punteggio dell’intensità del dolore, che varia da 0-100, è calcolato come intensità media tra il dolore peggiore e il dolore medio riportato;
  • il punteggio di invalidità, che varia da 0-100, è calcolato come media valutazione per difficoltà a svolgere ogni giorno, le attività sociali e di lavoro;
  • Punteggio di invalidità, che varia da 0-3, somma il punteggio di disabilità con il numero dei giorni in cui il soggetto è stato disabile.

Meriti e demeriti

È uno strumento valido e affidabile che si compila facilmente (in meno di 10 minuti) consentendo la valutazione del dolore cronico, l’analisi dei cambiamenti qualitativi nel tempo (se il test viene ripetuto). Valuta inoltre l’impatto del dolore sulla vita quotidiana sulle attività sociali e di lavoro.

 

Una versione italiana è stata sviluppata per valutare la gravità nei pazienti con dolore cronico Salaffi FF, Stancati AF, Grassi W. Reliability and validity of the Italian version of the Chronic Pain Grade questionnaire in patients with musculoskeletal disorders. Clin Rheumatol 2006;25:619–31

Sviluppo

Le interviste sono state condotte con pazienti di cure primarie con il mal di schiena, mal di testa, e il disordine temporomandibolare. 



Dr. Daniele Tonlorenzi dentista Massa Carrara

Per maggiori informazioni contattami http://www.danieletonlorenzi.it/contattami/

La deglutizione normale e quella atipica.

Posted on : 12-09-2011 | By : Daniele | In : articolazione temporomandibolare

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Definizione:  sequenza motoria che ha la funzione di portare il contenuto del cavo orale allo stomaco, che implica la contrazione coordinata di vari muscoli nella bocca, nella faringe, nella laringe e nell’esofago, mediante la quale il bolo alimentare inviato dalla bocca perviene allo stomaco.

Frequenza:

  • circa 150 volte durante i pasti nel corso delle 24 ore;
  • spontaneamente una volta ogni 45 secondi durante la veglia;
  • circa ogni 20 minuti durante il sonno.
Un totale di più di 1000 volte durante le 24 ore

 

I movimenti si dividono in:

1)      volontari (che tutti conosciamo);

2)       ritmici; in cui è volontario l’inizio e la fine del movimento. Quando decidiamo di mangiare, è volontaria la scelta del cibo, la sequenza dell’introduzione di cibo solido o di acqua. Sarebbe troppa fatica pensare a tutti i movimenti necessari alla masticazione (automatica).

3)      Involontari come i riflessi.

Dopo la masticazione la lingua spinge il bolo verso la parte posteriore del palato e contro la faringe. Questa cosa stimola i meccanocettori a livello del sistema nervoso centrale (SNC) in una zona denominata bulbo e da qui prendono il via una serie di neuroni che compongono una rete complessa che fa passare il bolo dall’esofago alla faringe. La deglutizione non dovrebbe coinvolgere i muscoli mimici della bocca, quando questi sono coinvolti si parla di deglutizione atipica. 

Controllo nervoso

Neuroni afferenti al SNC (che dalla periferia vanno al cervello) stimolano un generatore centrale di impulsi (central pattern generator) costituito da una rete di neuroni (nel bulbo) che costituisce il cosiddetto centro della deglutizione. Una rete di interneuroni coordinano temporalmente tutte le fasi della deglutizione. Anche se la deglutizione può avvenire su comando centrale, (senza stimoli periferici) in realtà questi sono sempre presenti e influenzano la deglutizione in maniera importante. Si tratta di un fenomeno assai complesso in cui sono coinvolti diversi sistemi sensoriali. La vista del cibo, il suo profumo, i rumori ad esso associati stimolano la salivazione provocando deglutizioni più frequenti.

Ritorniamo al nostro cibo, decidiamo di portare in bocca una forchettata di pasta.

  • Preparazione alla deglutizione. La masticazione sminuzza il cibo. L’azione dei muscoli della bocca lo “mescola” alla saliva, prodotta dalle ghiandole salivari che contiene ptialina, un enzima che comincia a “spezzare” l’amido cotto in destrine e maltosio. Quando il  bolo  alimentare giunge  nello  stomaco,  l’acidità del  contenuto  gastrico  abolisce l’azione della ptialina, con l’eccezione di quelle parti di cibo non ancora invase dal succo gastrico. Ecco perché quando si dice che la digestione avviene nella bocca, si dice una cosa vera.
  • Deglutizione orale.   Sono coinvolti circa 20 muscoli. La punta della lingua andando dietro al palato nella cosidetta “papilla retroincisiva” o “spot palatino” spinge il bolo dapprima contro il palato e poi ancora più indietro, aiutata dal muscolo buccinatore della guancia. I muscoli elevatori mandibolari si contraggono, i denti vanno a contatto le labbra vanno in chiusura impedendo l’uscita del cibo dal cavo orale. Posteriormente il palato molle impedisce che il cibo vada in gola in maniera scoordinata (soprattutto in trachea). In questa fase, inizia un arresto della respirazione che si continua anche durante tutta la fase faringea, si distingue nettamente dalle altre in quanto la deglutizione può essere fermata e ripresa in qualsiasi momento. Quindi l’atto della deglutizione che avviene nel subconscio può tornare in qualsiasi momento sotto il controllo della volontà (fase consapevole e volontaria). Perché? Normalmente non ci facciamo caso, ma se nel nostro bolo alimentare è presente una lisca di pesce un sistema di allarme blocca la deglutizione consentendo di sputare il cibo. I muscoli della lingua spremono verso la faringe il bolo alimentare come se fosse pasta dentifricia spremuta dal suo contenitore. La porzione faringea della lingua si abbassa per favorire il deflusso del cibo nella faringe. Al di fuori del pasto la deglutizione avviene quando in bocca ci sono 1-3 ml di saliva.
  • Fase faringea  involontaria. Nel primo tratto è consapevole (abbiamo la percezione del bolo che passa). Si creano “sigilli” affinché il cibo non ritorni in bocca e non vada nelle vie respiratorie (trachea). Le sue pareti riccamente innervate mandano segnali affinché l’esofago si rilasci. In questa fase La punta della lingua resta solidamente appoggiata nella stessa posizione e i denti sono sempre a contatto. L’osso ioide si sposta verso l’alto e verso l’avanti. La bocca e i suoi muscoli partecipano quindi a questa fase.
  • Fase esofagea. II bolo, spinto verso il basso, entra nello stomaco dallo sfintere esofageo inferiore che si richiude immediatamente per impedire il reflusso gastrico. La respirazione ricomincia. Attraverso un sistema di innervazione “onde” nervose (peristalsi) mandano impulsi per far progredire il bolo nello stomaco.

Durata: la fase orale e faringea dura 0,6-1 sec. quella esofagea può durare oltre 10 sec.

 

Deglutizione durante lo sviluppo

compare tra la decima e la quattordicesima settimana della vita fetale, periodo in cui viene deglutito liquido amniotico importante per lo sviluppo delle funzioni intestinali. Infatti alla nascita la deglutizione deve già essere efficiente, dapprima solo di natura riflessa (non volontaria) regolata dal riflesso di suzione che avviene chiudendo le labbra sul capezzolo o sulla tettarella del biberon.

FUNZIONI DELLA DEGLUTIZIONE

  • i movimenti della lingua e la deglutizione riversano i microorganismi nello stomaco, dove il succo gastrico li distrugge.

Sempre il medico presta attenzione al fatto che:

1)      Non sia presente una lesione nervosa dei centri della deglutizione. È consigliabile quindi effettuare come prima battuta una visita neurologica che escluda lesioni gravi;

2)      Che un maxillofacciale escluda ostruzioni meccaniche delle vie digestive superiori;

3)      Che il gastroenterologo escluda un reflusso gastrico;

Spesso si dimentica che la deglutizione avviene in tre fasi (buccale, faringea ed esofagea) in cui non esiste alcuna pausa e l’atto deve essere considerato come un complesso unico ed armonico di movimenti nel quale, una volta che abbia avuto inizio la prima fase, le altre due seguono inevitabilmente. Se parte in disarmonia (nella fase orale) ben difficilmente potrà diventare armonica.

Di sicuro la deglutizione scorretta (dovuta ad alterata funzione del cavo orale), chiamata deglutizione atipica, è meno grave rispetto a lesioni del sistema nervoso o ad ostruzioni permanenti di faringe ed esofago. La maggior parte dei pazienti non presentano gravi lesioni ed una visita odontoiatrica presso un dentista che conosce la deglutologia (una branca specialistica dell’odontoiatria) è spesso trascurata. Rappresentano (questi pazienti) probabilmente il maggior numero di soggetti giovani con problemi alla deglutizione.

La muscolatura mimica non partecipa attivamente alla deglutizione Durante la deglutizione normale adulta si dovrebbe osservare solo il movimento della laringe che prima si innalza e poi si abbassa. Se si rendono visibili contrazioni e smorfie della muscolatura facciale, soprattutto del mentale e dell’orbicolare inferiore, si deve sospettare un disequilibrio funzionale, come nel caso della foto seguente.

 

La punta della lingua invece che appoggiarsi le palato nel cosiddetto “spot palatino” si posiziona dietro ai denti superiori od inferiori, altre volte addirittura tra le arcate dentali. I denti sono messi in una posizione determinata dal bilanciamento della spinta verso l’esterno della lingua e una verso l’interno dei muscoli buccinatori della guancia. Se la lingua non si muove in maniera coordinata è spesso presente “palato stretto“, altre volte se la punta della lingua si pone dietro i denti superiori questi “si sventagliano anteriormente” (denti sventagliati) condizione detta di seconda classe dentale. Quando la lingua spinge in maniera anomala i denti inferiori spesso c’è una situazione di terza classe solo dentale, ma spesso associata a crescita eccessiva della mandibola terza classe ossea.

La spinta della lingua contro i denti può arrivare fino a 20 N.

NON TUTTI I SOGGETTI CON DEGLUTIZIONE ATIPICA PRESENTANO MALOCCLUSIONE DENTALE.

Spesso è associata a disturbi cognitivi e/o alterazioni genetiche come la sindrome di Down.

 

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